“Chi urla muore”. Così recita la locandina di Scream che ho appeso in camera da quasi un anno. Mandati in pensione gli ormai anziani zombie, vampiri e licantropi che da sempre padroneggiavano sugli schermi cinematografici, l’industria del terrore anni ’90 si è cominciata a cibare di ben più minacciosi esseri, tanto più pericolosi in quanto del tutto simili a noi, uomini e donne della porta accanto, magari gli stessi che ci prestano lo zucchero se c’è bisogno: i serial killer.
Ma attenzione, questi nuovi ritrovati dell’umana perversione, in Scream, non uccidono più per dimostrare qualcosa, o per via del solito subconscio trauma infantile (ahimè, neanche gli assassini sono più quelli di un tempo!), non hanno, almeno non sempre, un movente: ammazzano, il più delle volte per divertimento, forse perché la TV quella sera non passa niente di nuovo. E allora eccoci qui, a seguire le gesta di questo killer un po’ imbranato, armato di un pugnale alla “Rambo”, con la faccia nascosta da una maschera modellata sul volto de “Il Grido” (The Scream, in inglese) del pittore norvegese Edvard Munch. E il bello non è solo, come saranno certamente in molti a dirvi, nei primi dieci minuti iniziali (una vera bomba): il gioco dei sospetti, che coinvolge quasi tutti i personaggi, funziona benissimo, e perfino le cadute di stile, che sicuramente noterete, risultano funzionali allo scopo del film: divertire il pubblico ironizzando su un genere (quello del terrore) di cui lo stesso Wes Craven (il regista di questo film e il papà di “Nightmare”) si riconferma un maestro.
A settembre è uscito nelle sale Scream 2, seguito per quanto piacevole, inferiore al primo e comunque pressoché incomprensibile senza averne visto il capostipite.
Scream, di Wes Craven