Un uomo finito

Giovanni PapiniDato che non mi fido dell’intelligenza dei critici (maestri nell’arte di complicare anche le cose semplici) la spiegazione del libro ve la faccio dare direttamente da lui, Giovanni Papini, fiorentino, e che assai generosamente ce ne fornisce sei: “vera storia di un cervello; tragedia con un solo personaggio; sinfonia interna in quattro tempi; inutile sfogo di un impotente; documento scientifico per lo studio della mania della grandezza; ripulitura di un’anima che vuol rinascere”.

In pratica, direte voi, la solita noiosa autobiografia intellettuale! No invece, per due ragioni: non è noiosa e non è solo un’autobiografia intellettuale ( o “storia di un cervello”, se preferite); lo stile di scrittura è da “formula uno” e l’intenzione dell’autore, più che un autoesame psicologico, è la volontà di contagiare: convertire le persone al credo dell’essere, contrario a quello da loro praticato dell’apparire. Ma forse questa mia ultima affermazione può confondervi. Intendiamoci: Papini non è un moralista di quelli che riempiono le chiese la domenica. L’unico peccato ch’egli ritiene la gente compia, è quello verso se stessa: ed è quello che ammazza nelle persone la voglia di sapere tutto, di conoscere tutto, di ragionare con la propria testa, e di buttarsi in giuste imprese, anche se fallimentari. Papini, per quanto detto, disprezza profondamente la massa che della vita addenta solo la superficie, ma è sempre pronto a ritrattare il suo giudizio su di essa, a patto che maturi, e che le mezze persone che abitano questa terra, diventino finalmente uomini… per intero!

Un uomo finito, di Giovanni Papini, Ed. Ponte alle Grazie

Scream

“Chi urla muore”. Così recita la locandina di Scream che ho appeso in camera da quasi un anno. Mandati in pensione gli ormai anziani zombie, vampiri e licantropi che da sempre padroneggiavano sugli schermi cinematografici, l’industria del terrore anni ’90 si è cominciata a cibare di ben più minacciosi esseri, tanto più pericolosi in quanto del tutto simili a noi, uomini e donne della porta accanto, magari gli stessi che ci prestano lo zucchero se c’è bisogno: i serial killer.

Ma attenzione, questi nuovi ritrovati dell’umana perversione, in Scream, non uccidono più per dimostrare qualcosa, o per via del solito subconscio trauma infantile (ahimè, neanche gli assassini sono più quelli di un tempo!), non hanno, almeno non sempre, un movente: ammazzano, il più delle volte per divertimento, forse perché la TV quella sera non passa niente di nuovo. E allora eccoci qui, a seguire le gesta di questo killer un po’ imbranato, armato di un pugnale alla “Rambo”, con la faccia nascosta da una maschera modellata sul volto de “Il Grido” (The Scream, in inglese) del pittore norvegese Edvard Munch. E il bello non è solo, come saranno certamente in molti a dirvi, nei primi dieci minuti iniziali (una vera bomba): il gioco dei sospetti, che coinvolge quasi tutti i personaggi, funziona benissimo, e perfino le cadute di stile, che sicuramente noterete, risultano funzionali allo scopo del film: divertire il pubblico ironizzando su un genere (quello del terrore) di cui lo stesso Wes Craven (il regista di questo film e il papà di “Nightmare”) si riconferma un maestro.

A settembre è uscito nelle sale Scream 2, seguito per quanto piacevole, inferiore al primo e comunque pressoché incomprensibile senza averne visto il capostipite.

Scream, di Wes Craven

Jack Frusciante è uscito dal gruppo

Tanto per cominciare, non aspettatevi quel che la copertina promette: “una maestosa storia d’amore e di rock parrocchiale” (che detto fra noi, il rock parrocchiale, arrivati in fondo al libro non si capisce ancora cosa sia). Comunque, la storia è quella di un liceale di diciassette anni, appassionato di una musica “che non è musica ma rumore”, e grande ammiratore del Robert De Niro di “Taxi Driver”. Il ragazzo in questione si chiama Alex, e il lettore lo seguirà per qualche mese della sua vita fra sbornie, drammi grandi e piccoli, e un amore platonico con Aidi.

Ma, come dicevo, la “maestosa” storia d’amore che dovrebbe, per quanto platonica, appassionare, alla fine lascia un po’ freddini, se non addirittura annoia per la sua ripetitività. Brizzi però, di sicuro, ha due grandi meriti: una scrittura originale e divertente (anche se un poco forzata e, scommetto, difficilmente comprensibile per chi non abbia, come me, ventuno anni) e l’incredibile capacità di descrivere i sentimenti di quell’età “tardoadolescenziale” che sono i diciassette anni. Bellissima e terribile la descrizione della media famiglia borghese davanti alla TV. E se alla fine del libro vi sentirete un po’ “dazed and confused” non preoccupatevi: capita a tutti!

Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi, Ed. Transeuropa

Donne

Se mi chiedeste quale libro regalerei a una persona che non ama leggere, vi direi sicuramente Donne di Bukowski. Il motivo è presto detto: per usare una metafora questo libro è un uragano (oppure un fulmine, un vulcano, un terremoto, o qualsiasi altra cosa, purché sia devastante). Dovrete stare ben attenti se lo leggerete, perché non vi darà tregua. Ci sono state persone, cui io stesso l’ho prestato, che non vedevano l’ora di tornare a casa per continuare a leggerlo, che smettevano di studiare, o che lo portavano dovunque andassero per poterlo proseguire. Anch’io ne sono stato folgorato; avevo 17 anni (ora ne ho 21), e dopo la prima, l’ho riletto altre due volte. Bukowski ha rappresentato per me, abituato a libri di tutt’altro genere, una novità, la più sorprendente, perché da lettore dilettante che ero, mi ha trasformato (neanche mi fossi dopato) in un lettore olimpionico: non credevo ci si potesse divertire leggendo, e mi è stato dimostrato il contrario. Con il tempo, divorati tutti i libri di Bukowski, sono passato ad altro, ma il primo amore… beh, lo sapete come vanno queste cose.

Questo libro, fra i molti altri dello scrittore americano (il cui catalogo offre altri quattro romanzi e numerose poesie e racconti) è forse il suo più tipico, di sicuro il più bello. La trama è quella senza logica della vita di ogni giorno, passata fra le corse dei cavalli, le letture di poesie nei bar e nei college del Paese, le sbornie distruttrici, e soprattutto le sue avventure di “Casanova dei poveri” con le donne. La scrittura è quella semplice, senza fronzoli ma piena di invenzioni sorprendenti, collaudata da anni di collaborazione nelle riviste underground della città di Los Angeles… Perciò se due più due fa quattro, dovreste esser già corsi dal libraio sotto casa.

Donne, di Charles Bukowski, Ed. Sugarco

Un anno terribile

Se non fosse stato per quell’ubriacone di Charles Bukowski (l’autore di Donne, di cui abbiamo già parlato in questa rubrica) oggi nessuno saprebbe chi sono John Fante (scrittore italoamericano di origine abruzzese) e i suoi sfigati personaggi.

I due si “incontrarono” nella biblioteca pubblica di Los Angeles: Bukowski tirò giù da uno scaffale un libro fra i tanti, e si ritrovò fra le mani, invece, una prosa così semplice e sincera, da dargli l’impressione di aver scoperto “l’oro nell’immondezzaio cittadino”. Da qualche anno, per fortuna, le case editrici Fazi e Marcos y Marcos hanno stampato, in belle edizioni, tutti i suoi libri già editi e alcuni inediti.

La storia di Un anno terribile è quella di Dominic Molise, promettente lanciatore di baseball di diciassette anni, e del suo favoloso Braccio sinistro: quello con cui lancia e del quale si prende amorevolmente cura cospargendolo del puzzolentissimo balsamo “Sloan”. Purtroppo il paesello dove vive, coperto di neve gran parte dell’anno, non è il posto migliore per far carriera nel baseball. Ma il viaggio a Chicago, sede dei “Cubs” (la squadra con cui vorrebbe ottenere un provino) è troppo costoso per la sua poverissima famiglia… Il resto è il racconto di tutte le sue difficoltà, speranze, del rapporto con il padre, con il suo migliore amico, e con la bella Dorothy: tutto essenziale alla comprensione del personaggio cui Fante, in poche pagine, dà vita.

Un anno terribile, di John Fante, Ed. Fazi

Woobinda

Attenzione, attenzione, è in arrivo sul binario nove una terribile stroncatura! Avete mai provato a ingoiare delle pasticche di naftalina? Disgustoso vero?! Ma se vi trovaste, messi alle strette da un pazzo criminale, a dover scegliere fra ingoiare una scatola delle puzzolentissime pasticche, e leggere Woobinda, vi consiglio di scegliere la prima soluzione.

L’autore vorrebbe, dice la copertina, descrivere “un’umanità cresciuta nell’eccesso di merci e di informazioni (…) giovani capaci di odio senza rabbia, di cinismo senza disperazione”. Il povero Aldo Nove, invece, vittima del mondo che osserva forse più dei suoi personaggi, riesce solo a irritare: banalità e nullità sono solo i sentimenti che ispira. L’unica originalità che si nota è nel modo in cui terminano alcuni racconti: di colpo, con le parole troncate a metà, come in uno zapping televisivo.

Gli argomenti delle sue brevissime storie (la più lunga è di quattro pagine) sono, per citare solo i primi, un ragazzo che uccide i propri genitori perché usano il bagnoschiuma sbagliato, una signora che sogna di andare a letto con Magalli, una coppia che usa in modo clintoniamente improprio il vibratore del telefono cellulare, e così via.

Insomma se proprio vi assalisse un raptus incontenibile di consumismo, non dovrebbe esservi difficile spendere in un altro modo le 14 mila lire che costa il libro. E se poi ve lo dovessero, per qualche ragione, regalare, non accettatelo neppure: dentro c’è così poca materia che, gettato in un camino, diventerebbe cenere all’istante, Oppure fate come me, rispeditelo all’autore, ricordandovi di specificare: ESPRESSO!

Woobinda, di Aldo Nove, Ed. Castelvecchi

Il Giovane Holden

Ho letto Salinger, finalmente. Credo che, fatta eccezione per bambini e bambine non ancora partoriti, ormai l’abbiano letto tutti. Sono arrivato (di nuovo!) per ultimo. Pazienza… dopotutto i libri non hanno data di scadenza e si possono consumare quando ci pare. Ne parlerò, dunque, per i distratti come me e per invogliare, magari, quelli che l’hanno già letto, a farlo un’altra volta.

Per prima cosa devo dire che mi aspettavo molto di più: non so quanto né precisamente cosa, ma vista la fama che il libro s’è fatto…

Forse la mia delusione è dovuta al fatto che, arrivando a Salinger passando per Bukowski, il vitalismo e il ribellismo di cui si fa bandiera Holden Caulfield (il protagonista della storia) sembrano nient’altro che gingilli per bambini. Ma una buona manciata di punti a suo favore, Il Giovane Holden, se li porta via lo stesso. Stupisce in particolare per il modo in cui si fondono la forma e il contenuto, come (forse per colpa mia) non avevo mai notato in nessun altro, prima. Belle sono soprattutto le ultime cinquanta pagine in cui il racconto, fino a quel momento un po’ annacquato, prende una direzione e acquista un senso. Azzeccato è anche il modo di raccontare la storia, che vi sembrerà di parlare con il vostro migliore amico.

La trama del romanzo, stavolta, non ho voglia di riassumervela, perciò lascio la parola a Holden, che lo farà per me: “Vi racconterò soltanto delle cose da matti che mi sono capitate verso Natale…” Buona lettura. Ciao!

Il Giovane Holden di J.D. Salinger, Ed. Einaudi

Viaggi del tempo immobile

Non è un caso di omonimia: Roberto Vecchioni, l’autore di questo libro, è proprio il celebre professore-cantautore. Viaggi del tempo immobile è il suo esordio in narrativa: dieci storie di vita terrena vissuta dal malinconico, immortale Tellqualipukt al fianco di personaggi famosi, e raccontate da lui stesso ai suoi giovani allievi, dai nomi altrettanto strambi del suo e immortali – seppure ancora senza esperienze da umani – pure loro.

Le trame delle storie sono troppe e troppo fantasiose, per essere svilite in un riassunto. Il risultato è senza dubbio molto originale e piacevole, gravato solo da un paio di apparentemente ambiziosi racconti non del tutto riusciti. Ma nulla vi impedisca di credere, terminata la lettura, questa come altre volte, che sia solo un errore di valutazione mio.

Il tempo immobile del titolo è il tempo passato (ma sempre attuale e che non ha niente di meno del presente) dei ricordi che Tellqualipukt ci narra: alcuni che sembrano nitidi e altri sfumati, certi abbondanti di particolari e altri meno, ma tutti con un seme di poesia che continuerà a germogliare anche quando avrete chiuso il libro.

Viaggi del tempo immobile di Roberto Vecchioni, Ed. Einaudi