Dato che non mi fido dell’intelligenza dei critici (maestri nell’arte di complicare anche le cose semplici) la spiegazione del libro ve la faccio dare direttamente da lui, Giovanni Papini, fiorentino, e che assai generosamente ce ne fornisce sei: “vera storia di un cervello; tragedia con un solo personaggio; sinfonia interna in quattro tempi; inutile sfogo di un impotente; documento scientifico per lo studio della mania della grandezza; ripulitura di un’anima che vuol rinascere”.
In pratica, direte voi, la solita noiosa autobiografia intellettuale! No invece, per due ragioni: non è noiosa e non è solo un’autobiografia intellettuale ( o “storia di un cervello”, se preferite); lo stile di scrittura è da “formula uno” e l’intenzione dell’autore, più che un autoesame psicologico, è la volontà di contagiare: convertire le persone al credo dell’essere, contrario a quello da loro praticato dell’apparire. Ma forse questa mia ultima affermazione può confondervi. Intendiamoci: Papini non è un moralista di quelli che riempiono le chiese la domenica. L’unico peccato ch’egli ritiene la gente compia, è quello verso se stessa: ed è quello che ammazza nelle persone la voglia di sapere tutto, di conoscere tutto, di ragionare con la propria testa, e di buttarsi in giuste imprese, anche se fallimentari. Papini, per quanto detto, disprezza profondamente la massa che della vita addenta solo la superficie, ma è sempre pronto a ritrattare il suo giudizio su di essa, a patto che maturi, e che le mezze persone che abitano questa terra, diventino finalmente uomini… per intero!
Un uomo finito, di Giovanni Papini, Ed. Ponte alle Grazie